IL GRIDO DI UNA MADRE CHE CHIEDE GIUSTIZIA- STORIA DI VIOLENZA PSICO-FISICA SU UNA BAMBINA DA PARTE DEL PADRE

IL GRIDO DI UNA MADRE CHE CHIEDE GIUSTIZIA- STORIA DI VIOLENZA PSICO-FISICA SU UNA BAMBINA DA PARTE DEL PADRE

PERSECUZIONE
Finito l’ amore
inizia il tormento…

“Non faccio nulla di male”
sostiene…

e ti guardi alle spalle
mentre cammini

ad ogni sms
il cuore sobbalza

senti il peso dei suoi occhi
puntati su di te

lo vedi tra la gente da lontano…
forse è lui…

cambi strada
ma è sempre lì

paura, ansia…
e vorresti non avere
mai amato

Madre Di Messina

Bimba “ispezionata” dal padre: assolto. La rabbia di una madre siciliana

SICILIA– Una terribile storia di “presunti abusi” su minore, perpetrati per anni da un padre-padrone, eccessivo controllore di “una ragade anale” (ovvero un’ulcerazione lineare dell’ano, una ferita superficiale della zona molle, che scatena spasmi e dolori allo sfintere) su una bambina, troppo piccola per capire cosa le stesse succedendo. “Visite” ripetute e “invasive” per accertare una malattia inesistente, divenuta nel tempo un dolore reale e psicologico per la povera bambina, che ancora oggi evidenzia segni di “Ipercura” (ossia abuso di cura con manovre che potenzialmente creano disagio nel bambino), accertati dai numerosi controlli medici a cui è stata sottoposta la vittima, che per tutelare la sua privacy chiameremo Ludovica. A denunciare anni di maltrattamenti e violenze prima su se stessa e poi sulla figlia, Ludovica appunto, è la signora Agata, che ha inviato “in esclusiva” a LadyO una lunghissima lettera di denuncia, ribadendo l’assurda archiviazione del caso da parte del Gip del Tribunale di Messina, nonostante vi fossero le testimonianze di chi in questi anni ha visitato ed analizzato i comportamenti della piccola, il quadro clinico del padre-padrone con “eccessiva preoccupazione”, ex convivente di Agata, e un dolore incolmabile ed inconsolabile. Impossibile riassumere in poche righe una vita di soprusi e di dolore, subiti per la grettezza di una mentalità troppo legata alla legittimazione del patriarcato e del tutto sorda e cieca di fronte alla sofferenza evidente, alla paura.

ABUSI SU MINORI, LA TERRIBILE FACCIA DELLA SOCIETA’

La convivenza tra Agata e Luca, durata circa 4 mesi, prima della nascita della piccola Ludovica, è stata un vero incubo, tra umiliazioni e divieti imposti dall’uomo ad Agata, che ha scritto: “Ogni pretesto era buono per essere denigrata ed offesa. Dal settimo mese mi umiliava, sostenendo che ero grossa e che non mi vestivo in modo carino per lui, metteva in discussione continuamente il mio ruolo di madre, sostenendo che non ero capace di dare nemmeno il biberon o di sterilizzarlo”. L’uscita dal tunnel Agata l’ha vista quando ha trovato la forza di rompere quella convivenza. Solo una breve tregua. Poi, l’incubo ha ripreso a tormentare Agata e la piccola Ludovica. Luca ha riempito l’ex convivente di minacce, di telegrammi, raccomandate, sms arrivando a denunciare Agata per ogni cosa. Durante il maggio del 2009 un’ agghiacciante scoperta “Luca abusava ripetutamente della loro figlia, la piccola Ludovica, infilandole un dito nel di dietro e controllando la presenza di una ragade anale, insinuando che la bambina avesse subito violenza sessuale da uno zio materno”.

L’INNOCENZA VIOLATA, PERCHE’ SUCCEDE?

La verità, balenata in pochi secondi nella mente di Agata, viene descritta dalla stessa così: “Mi sono resa conto che il mio ex compagno compiva un gravissimo gesto su nostra figlia. Da quel giorno, mi sono resa conto di quello che stava accadendo e perché la piccola spesso aveva crisi di pianto quando la lavavo o la vestivo. Nei mesi successivi ho provato in tutti i modi a convincerlo a desistere dal compiere quelle ispezioni corporali su nostra figlia, ma senza alcun risultato. Una volta, dinnanzi ai miei inviti a smetterla di controllare se la piccola aveva la ragade,mi ha persino scritto in un sms: “Tu non vieti niente a nessuno perché non hai il potere per farlo”. Il 23 settembre del 2009 Agata ha avuto un’udienza dinnanzi al Tribunale per i minorenni di Messina ed in quella sede Luca ha ammesso di effettuare quelle ispezioni sulla figlia. Dopo un ricovero di 12 giorni nel reparto di Neuropsichiatria infantile del Policlinico di Messina, hanno diagnosticato alla piccola Ludovica: “Turbe della sfera emotivo – affettiva secondaria a grave patologia dell’accudimento (ipercura). Ritardo semplice del linguaggio” che a lungo andare avrebbero portato a gravi squilibri psichici. Dopo l’intervento dei Carabinieri e l’affido di Ludovica a sua madre, il Tribunale per i minorenni ha lasciato invariato il diritto di visita paterno. Tale provvedimento è stato confermato sia dalla Corte di Appello, che dalla Corte di Cassazione.

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BAMBINI VIOLENTATI, LA VEDONO E LA SENTONO SULLA LORO PELLE: LA PAURA

Agata è disperata, come ha spiegato: “Relativamente alla denuncia sporta il 03-10-2009, il P.M. iscriveva una notizia di reato con l’erronea imputazione ex art. 609 c.p. nonostante nella mia denuncia non ho mai inteso denunciare il mio ex di abuso sessuale, ma solo per il danno psicologico che ha causato alla bambina. La prossima udienza contro di me sarà la prossima settimana”. E Luca come se l’è cavata? Lo scorso 8 gennaio del 2014 è stato assolto sostenendo che il fatto non costituisce reato. Agata è arrabbiata ma non si arrende. “La giustizia italiana nega a mia figlia la figura di parte offesa, considerando che il danno psicologico subito non sia rilevante. Inoltre, cosa più grave, ad oggi non è stata assolutamente tutelata in quanto non è stato posto alcun controllo alle visite del padre, mentre io, solo per aver cercato di tutelare mia figlia dal danno che il padre le stava procurando, sto subendo un ingiusto processo- ed ha concluso-In data 13-01-2014 ho presentato ricorso alla Corte Europea per i diritti dell’uomo avverso il decreto di archiviazione del 27-07-2013, non esistendo alcun altro mezzo di impugnazione, chiedendo la condanna dell’Italia sia perché è stata negata alla propria figlia la possibilità di costituirsi parte civile per il risarcimento del danno subito, sia perché negli anni non è stata mai tutelata, nonostante sia CTU, sia NPI abbiano diagnosticato il maltrattamento subito ed il danno che ne è derivato”. In tutti questi anni di lotte e “visite invasive” la piccola Ludovica ne è uscita provata psicologicamente e fisicamente. Indietro non si può tornare, Ludovica ed Agata possono solo andare avanti, ma per farlo hanno bisogno di giustizia!

FONTE : http://www.ladyo.it/italia/bimba-ispezionata-dal-padre-assolto-la-rabbia-di-una-madre-siciliana/43340

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ASSOLTO DOPO AVER FATTO ISPEZIONARE LE PARTI INTIME DELLA FIGLIA, IL DRAMMA DI UNA MADRE CHE HA CERCATO INVANO DI PROTEGGERE SUA FIGLIA

Assolto dopo aver fatto ispezionare le parti intime di sua figlia e dopo averla perseguitata. Detta così può sembrare una beffa e una presa in giro del giornalista che vi parla. Purtroppo però è una cosa vera ed è avvenuta al Tribunale di Messina. Nonostante il pm avesse chiesto una condanna a 4 mesi di reclusione.

Quella che ci accingiamo a raccontare è una storia di sofferenze e disperazione. Di una madre che aveva chiesto giustizia per sua figlia e che invece si trova in mano un pugno di mosche e tanta ma tanta rabbia.

“La legge sullo stalking- questo il commento della madre della vittima- solo parole a Messina. Dove diventa lecito pure che un padre ispezioni ripetutamente la figlia nelle parti intime. Decreto di archiviazione del gip Marino e sentenza di assoluzione del giudice Zumbo“.

Per capire bene come si è arrivati a questo punto bisogna analizzare quanto racconta sua mamma. E lo ha fatto tramite facebook molte volte. Si inizia con il fidanzamento tra i genitori della bimba. Lui era molto geloso e la storia si è fatta più seria quando i due si sono accorti di aspettare un figlio.

“E’ ancora impresso nella mia mente – racconta sua madre- il ricordo dell’espressione del suo viso nel momento in cui abbiamo visto che il test era positivo… per un lasso di tempo, che mi è parso interminabile, continuava a fissarlo… non esistevo più vicino a lui… Inizialmente mi ha proposto di sposarci con rito civile di fretta e furia imponendomi di tenere nascosta la gravidanza al fine di sostenere che era stata successiva al matrimonio per coprire quella che per lui era un’onta. Al mio drastico rifiuto di fare ciò in quanto eravamo entrambi maturi, abbiamo iniziato i preparativi per sposarci in chiesa. Ma, con varie scuse, il giorno dopo delle pubblicazioni, ha annullato il matrimonio. Per questo motivo ho trascorso quasi tutta la gravidanza da sola, ricamando e preparando il corredino per la mia principessa”.

Al settimo mese di gravidanza è iniziato un periodo di convivenza durato fino a quando la bambina aveva due mesi.

“Sono stati 4 mesi pieni di umiliazioni e divieti – ha sottolineato- Ogni pretesto era buono per essere denigrata ed offesa. Dal settimo mese mi umiliava, sostenendo che ero grossa e che non mi vestivo in modo carino per lui. Per di più, eravamo andati ad abitare in una casa piccolissima. Quando è nata nostra figlia, i contrasti e le umiliazioni sono aumentati in quanto metteva in discussione continuamente il mio ruolo di madre, sostenendo che non ero capace di dare nemmeno il biberon o di sterilizzarlo, che non prestavo abbastanza cure a mia figlia, nonostante mi alzassi alle 5 di mattina per tirarmi il latte, in quanto la piccola non si attaccava più al seno, e mi coricassi dopo l’ultima poppata di mezzanotte. Per di più, ero prigioniera in casa in quanto mi aveva vietato di portare nostra figlia a casa di mia madre od in altro posto, dicendo che, chi voleva vederla, doveva andare lì. Pertanto, non potendo lasciare la piccola, dovendole dare il mio latte, ero costretta a non uscire di casa… Inoltre in quel periodo le mie mani erano piene di lesioni in quanto mi obbligava a lavare e disinfettare le mani prima di prendere la bambina. Una volta ha vietato persino ai miei amici di prenderla in braccio in quanto avrebbero dovuto disinfettarsi le mani”.

I mesi di galera sono terminati soltanto quando all’u0mo è venuta la febbre. La mamma e la figlia sono andate nella famiglia materna e da allora i due non hanno più convissuto. Ma negli anni le cose sono peggiorate. Perché il padre della bambina pretendeva di tenere tutto sotto controllo. Impedendo addirittura le normali uscite quotidiane per evitare che la figlia venisse in contatto con terze persone.

“Alla fine continuavo ad essere dentro una gabbia- ha continuato – Inoltre mi minacciava che, se non avessi risposto al telefono, sarebbe venuto sotto casa mia. Negli anni mi ha sommerso di telegrammi, raccomandate, sms arrivando a denunciarmi per ogni cosa. Infatti, spesso chiamava i carabinieri nel caso in cui nostra figlia, quando aveva solo 2 o 3 anni, dormisse in piena estate alle 15:30 nei giorni in cui era stato stabilito dal Tribunale per i minorenni che doveva stare con lui”.

E’ stato in quel periodo che il padre ha iniziato a sostenere che la mamma o i suoi familiari maltrattassero la bambina. Tutto sulla base di normali lividi e graffiettini che si procurava giocando. Un uomo che ha sporto diverse querele tutte archiviate perché infondate. Come quella in cui si era procurata una ecchimosi litigando con una cuginetta.
“Nel maggio del 2009 – ha continuato la mamma – mi sono resa conto che il mio ex compagno compiva un gravissimo gesto su nostra figlia. Come già detto, egli era solito rivolgere accuse infondate contro me e la mia famiglia di presunti maltrattamenti a danno della figlia al solo scopo di ottenerne l’affidamento esclusivo. Proprio per continuare nella sua “ricerca di prove” per accusarci, un giorno ha insistito a voler portare ad ogni costo nostra figlia dalla pediatra perché aveva visto tre piccoli lividini. La pediatra, che purtroppo doveva assistere spesso a queste scene del mio ex, gli ha detto che quei piccolissimi lividini, che ha faticato pure a vedere in quanto impercettibili, erano più che normali in un bambino piccolo in quanto se li procurano giocando. A quel punto, egli ha insistito affinché la pediatra verificasse se la bambina avesse o meno una ragade. La pediatra inizialmente ha manifestato la sua contrarietà a queste visite superflue in quanto le ragadi sono comuni nei bambini di tenera età, ma, dinnanzi alle sue insistenze, ha proceduto alla verifica di quanto aveva richiesto, mentre la bambina piangeva disperatamente e si opponeva ad essere controllata. Quando la pediatra ha visto che c’era una piccolissima ragade, il mio ex ha detto “quant’è che l’ho vista!”. Sentendo questa affermazione, io e la pediatra ci siamo guardate negli occhi perplesse e preoccupate. Infatti la dottoressa gli ha detto chiaramente che la bambina non doveva essere sottoposta a visita in continuazione per via della ragade e che assolutamente non avrebbe dovuto fare lui questa verifica perché l’avrebbe potuta traumatizzare. Da quel giorno, mi sono resa conto di quello che stava accadendo e perché la piccola spesso aveva crisi di pianto quando la lavavo o la vestivo. Nei mesi successivi ho provato in tutti i modi a convincerlo a desistere dal compiere quelle ispezioni corporali su nostra figlia, ma senza alcun risultato. Una volta, dinnanzi ai miei inviti a smetterla di controllare se la piccola aveva la ragade, mi ha persino scritto in un sms: “Tu non vieti niente a nessuno perché non hai il potere per farlo”.

E’ stato allora che la donna ha cominciato a consultare neuropsichiatri infantili di strutture pubbliche. I quali hanno sostenuto all’unanimità che queste continue ispezioni corporali avrebbero fatto male alla piccola.

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“Un giorno ad agosto – ha sostenuto – mi sono veramente spaventata nel momento in cui il padre di mia figlia, che aveva appena preso la piccola per tenerla con sé per i dieci giorni previsti nel periodo estivo, mi ha telefonato dicendomi che la bambina aveva l’ano arrossato. In quell’occasione mi ha turbata la tempestività con la quale ha proceduto a quel controllo. Per di più, in quell’afosa giornata di agosto, ha pure chiamato un pediatra a domicilio per far visitare ancora una volta la bambina. Quindi, nello stesso pomeriggio, la piccola ha dovuto subire due “visite nell’ano”, una dal padre ed una da un medico a pagamento. Mentre da casa mia sentivo queste cose, pensavo ai pianti disperati di mia figlia. Ma cosa potevo fare? L’unica cosa che ho fatto è stata quella di telefonare a medico interpellato da mio ex per cercare di dissuaderlo dal fare quella visita in quanto sapevo che mia figlia piangeva disperatamente quando qualcuno la visitava nell’ano, ma quel pediatra mi ha risposto che era un suo dovere fare quanto il padre gli aveva chiesto”.

Dopo non aver potuto parlare con la bambina il 23 settembre di quell’anno c’è stata un’udienza davanti al Tribunale dei minorenni di Messina dove lui ha ammesso di effettuare quelle ispezioni.

“Nel frattempo mia figlia continuava ad avere crisi di pianto che erano sempre più riavvicinate – ha sostenuto – Per questo motivo, presa dallo sconforto, ho condotto mia figlia al Pronto soccorso pediatrico, riferendo di quelle crisi di pianto e delle “visite” effettuate dal padre per verificare la presenza della ragade anale. La piccola anche in quell’occasione ha mostrato la sua paura per le visite mediche in quanto traumatizzata da quelle sistematiche ispezioni effettuate dal padre. Quindi hanno disposto il ricovero della bambina. Dopo un ricovero di 12 giorni nel reparto di Neuropsichiatria infantile del Policlinico di Messina, hanno diiagnosticato a mia figlia: “Turbe della sfera emotivo – affettiva secondaria a grave patologia dell’accudimento (ipercura). Ritardo semplice del linguaggio”. Inoltre, la neuropsichiatra infantile che ha seguito la piccola durante il ricovero ha consigliato la presa in carico della minore da parte dei servizi sociali per una supervisione attenta delle visite e della gestione della paziente specificando successivamente, in sede di sommarie informazioni rese ai CC, anche che “la predetta diagnosi in particolare era scaturita dagli episodi in cui il padre la sottoponeva a quotidiani controlli al fine di constatare la presenza di ragade anale, che nella circostanza era inesistente. Tale comportamento avrebbe potuto ingenerare nella bambina un grave disagio psichico”.

E’ stato allora che la madre ha denunciato il suo ex convivente alla squadra mobile. Dopo la denuncia il diritto di visita paterno è rimasto intatto.

“Tale provvedimento è stato confermato sia dalla Corte di Appello, che dalla Corte di Cassazione – continua il racconto- Relativamente alla denuncia sporta il 03-10-2009, il P.M. iscriveva una notizia di reato con l’erronea imputazione ex art. 609 c.p. nonostante nella mia denuncia non ho mai inteso denunciare il mio ex di abuso sessuale, ma solo per il danno psicologico che ha causato alla bambina. Durante le indagini preliminari veniva disposta la nomina di un CTU, che ha concluso la perizia sostenendo che: “si possono rintracciare gravi vissuti di preoccupazione ed ansie che rientrano nell’ambito di una chiara sintomatologia post-traumatica compatibile con una condizione di maltrattamento e presumibilmente riconducibile alla condizione di grave ipercura ed alla situazione di elevata tensione familiare cui la minore è esposta. Purtroppo, a causa del fatto che il medico del pronto soccorso ha scritto il termine “abusa” nel referto, sono stata rinviata a giudizio per calunnia nonostante il fatto che egli mettesse in atto quelle ispezioni corporali sia emerso dalle indagini e nonostante non avessi mai inteso accusarlo di abuso sessuale, ma solo di un comportamento nocivo per nostra figlia”.
“Successivamente – continua il racconto- il 23-06-2010 ho sporto un’altra querela per denunciare sia per i continui atti persecutori e molesti attuati verso di me dal mio ex, sia per il maltrattamento perpetrato ai danni della figlia con diverse modalità. La suddetta querela, nonostante fosse la continuazione di quanto denunciato nella prima querela, inizialmente non è stata riunita al primo procedimento.Infatti, per il primo procedimento è stata chiesta l’archiviazione dal PM (nonostante che il CTU avesse diagnosticato che la bambina ha subito un maltrattamento) e nello stesso giorno ha inviato la seconda querela al Procuratore per l’assegnazione ad altro magistrato perché sosteneva che i reati di maltrattamento non erano di sua competenza.
Essendo venuta a conoscenza della richiesta di archiviazione, ho presentato opposizione, chiedendo che i due procedimenti venissero riuniti. Invece il GIP, ha emesso decreto di archiviazione senza provvedere alla riunione dei due procedimenti. In questo decreto di archiviazione si legge: “In effetti, dall’intero compendio investigativo emerge che l’odierno indagato, ossessionato dalla cura e dall’  igiene della figlia, e convinto che nella piccola fosse presente una ragade anale, ha effettuato delle ispezioni corporali all’ano della stessa, sottoponendola così ad un fortissimo stress. Tale fatto configura senz’altro un “abuso” ai danni della piccola, come anche le manifestazioni esagerate, del resto ben evidenziate nei provvedimenti del Tribunale dei Minori, e della Corte di Appello, nei quali è stato fortemente stigmatizzato il comportamento del (padre), al quale è stata per tali ragioni limitata la potestà genitoriale”.
Quindi è stata presentata richiesta di riapertura dell’inchiesta.
Contemporaneamente il P.M. al quale è stata assegnata la seconda querela, disponeva lo stralcio, chiedendo nuovamente l’archiviazione relativamente alla posizione di parte offesa della figlia solo sulla base della precedente archiviazione, senza prendere in alcuna considerazione i nuovi fatti esposti in querela, né gli ulteriori elementi di prova.

“Relativamente alla parte nella quale sono io parte offesa, invece, il padre di mia figlia è stato rinviato a giudizio per atti persecutori (stalking) con la seguente imputazione: “in relazione al delitto p. e p. dall’art. 612 commi 1, 2, 3 bis c.p., perché, con condotte reiterate, minacciava e molestava … in modo da determinare nella stessa un perdurante e grave stato di ansia, ingenerando nella vittima fondato timore per l’incolumità propria e dei suoi familiari, in particolare della figlia minore, che riportava, a causa delle condotte persecutorie, «turbe della sfera emotiva-affettiva secondaria a grave patologia dell’accudimento» per come accertato dalle consulenze in atti. Condotta consistita, in particolare, in pedinamenti, appostamenti presso l’abitazione, telefonate, sms, telegrammi, raccomandate, denunce all’Autorità Giudiziaria, tutti atti per mezzo dei quali l’imputato, contestando con modalità ossessive il ruolo genitoriale della …, con riferimento a ogni attività che riguardava la figlia minore, ne ostacolava il normale sviluppo psicofisico”.

Ed è questo il procedimento che proprio ieri è terminato con un’assoluzione con la formula: il fatto non costituisce reato.
“Nella richiesta di archiviazione si legge: “alcun dubbio vi è sulla verificazione degli episodi oggetto delle plurime denunce della… e consistenti nelle ispezioni corporali poste in essere nell’anno 2009 dal … sulla figlia per constatare la presenza della ragade anale: posto questo tuttavia tali episodi vanno correttamente inquadrati dal punto di vista tecnico giuridico non già quali manifestazioni della condotta di maltrattamenti posti in essere ai danni di (mia figlia), bensì nella diversa fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p. posta in essere dall’uomo ai danni tanto della piccola quanto a monte della ex compagna ” e che il padre abbia “agito con la consapevolezza e volontà di utilizzare le condizioni di salute della figlia come pretesto per molestare la ex compagna, accettando il rischio che tali condotte coinvolgessero anche la piccola, divenuta anch’ella vittima di condotte di natura persecutoria… Quindi a mia figlia la giustizia italiana nega la figura di parte offesa, considerando che il danno psicologico subito non sia rilevante. Inoltre, cosa più grave, ad oggi non è stata assolutamente tutelata in quanto non è stato posto alcun controllo alle visite del padre, mentre io, solo per aver cercato di tutelare mia figlia dal danno che il padre le stava procurando, sto subendo un ingiusto processo”.

FONTE : http://www.unavoceperledonne.it/2014/01/10/assolto-dopo-aver-fatto-ispezionare-le-parti-intime-della-figlia-il-dramma-di-una-madre-che-ha-cercato-invano-di-proteggere-sua-figlia/

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