Perchè la gente non reagisce davanti alle ingiustizie?

Perchè la gente non reagisce davanti alle ingiustizie?

Vi è mai capitato di vedere un film come “Shindler’s list” dove i prigionieri venivano sterminati a sangue freddo? Perchè la gente non reagiva? Vi siete mai chiesti perchè non tentavano di strappare la pistola dalle mani del loro assassino? Perchè anche davanti alla morte, la rassegnazione era talmente alta da non tentare nemmeno un ultima e disperata fuga? Perchè a volte l’uomo davanti alle ingiustizie si sente totalmente impotente e si rassegna? Come siamo arrivati a questa rassegnazione generale e a questa apatia, che consente ai poteri corporativi di manovrare la politica e l’economia in maniera così disumana?
Il termine “impotenza appresa” venne usato per la prima volta dallo psicologo Martin Seligman, che negli anni 70 studiando i fenomeni che causano la depressione, fece un esperimento (alquanto crudele) con due cani. Con delle scariche elettriche induceva l’impotenza appresa su uno dei due cani, fino al punto che, nonostante il cane avesse il modo di fermare le scariche, non lo faceva e le sopportava passivamente.

L’esperimento è spiegato nel video sotto.

https://www.youtube.com/watch?v=wBHe9y3KFLM

Un caso famoso di impotenza appresa è quello dell’esperimento carcerario di Stanford di Philip Zimbardo. In questo esperimento, un gruppo di volontari venne diviso in due gruppi ai quali venne chiesto di immedesimarsi nelle parti rispettive di guardie e di prigionieri. Questo esperimento è stato fermato al 6º giorno a causa dei cambi eccessivi che si registrarono nelle personalità dei volontari. Le guardie si erano trasformate in sadici aguzzini, mentre i prigionieri si erano rassegnati a sopportare qualsiasi sopruso. Uno stato di rassegnazione e di impotenza era stato indotto.

Un’altro interessante esperimento che aiuta a capire meglio come la rassegnazione può essere indotta, viene mostrato in questo video, nel quale si vede come una psicologa (Charisse Nixon) riesce a provocare nella sua classe, attraverso l’angoscia e la frustazione, uno stato di rassegnazione e di impotenza, in meno di 5 minuti. Da questi esperimenti ne risulta che in una condizione di frustrazione o di angoscia costante, l’essere umano tende a rassegnarsi e a vedere insormontabili anche le difficoltà più lievi.

Praticamente il ripetersi di un fallimento porta a pensare in maniera pessimistica di non essere in grado di risolvere il problema, quindi ci si arrende e si aprono le porte ad un fallimento certo.

Se pensiamo solo per un secondo al bombardamento mediatico al quale siamo sottoposti costantemente, non è così difficile comprendere in che maniera vengono utilizzati questi studi ed in che maniera chi li usa ne trae vantaggi… Sottoponendo una persona ad un senso di angoscia e frustazione costante, si può indurla a pensare che non può fare niente per cambiare la propria condizione e quindi la si conduce verso uno stato di apatia e di sopportazione di qualsiasi malefatta. Comprendere come funzionano questi meccanismi può aiutare a capire come reagire positivamente alle avversità. Una volta si diceva che leggere una rivista di moda per 15 minuti abbassava l’autostima del 30%, oggi, la guerra all’autostima è stata estesa su tutti i fronti: radio, tv, giornali, pubblicità per le strade, internet e social network, che ti seguono ovunque. Immagina quindi quello che può provocare una vita intera sentendosi ripetere costantemente che qualcosa non va bene nella tua vita. Che la tua macchina è vecchia, che il tuo guardaroba è fuori moda, che i tuoi denti non sono bianco scintillante, che hai la cellulite etc… In parole povere attraverso la frustrazione, l’autostima scende sotto terra e in questa maniera la strada è stata spianata per accettare con rassegnazione e apatia qualsiasi soluzione che generalmente viene offerta da chi ha causato il problema.

Ovviamente esiste la soluzione a questo pessimismo indotto ed è l’ottimismo indotto. Gli stessi studi di Martin Seligman lo portarono a formulare nuove teorie sulla psicologia positiva e su come vivere più felici. In effetti la psicologia, come dice Seligman, si è sempre occupata dell’aspetto patologico, tralasciando la prevenzione e la promozione. La psicologia positiva, invece, si occupa di studiare, con l’investigazione scientifica, quei processi che sono alla base delle emozioni e delle qualità positive dell’essere umano. Uno strumento in aiuto dei “pessimisti”, che se vengono aiutati a riprendere fiducia in se stessi, possono uscire dallo stato di rassegnazione e riappropriarsi della propria felicità. È un pò come quando nasce un bambino che, al momento della nascita è totalmente impotente ma, crescendo acquisisce sempre più fiducia in se stesso perdendo poco a poco l’impotenza.

Per approfondire il tema: Società italiana di psicologia positiva.

Quindi, il primo passo da fare per avvicinarsi ad una vita positiva è allontanarsi dalla sorgente primaria di angoscia e frustrazione, eliminando fisicamente quelle fonti che minano l’autostima. Per essere informati non c’è bisogno di possedere una televisione! Riavvicinarsi alla natura è il secondo passo. Alla fine del 1800 ci fù l’esodo dalle campagne verso le fabbriche delle città. Adesso è arrivato il momento di invertire la rotta e di riokkupare le campagne. L’essere umano è fondamentalmente ottimista e se non viene influenzato dall’esterno è capace di creare pace e benessere attorno a se. È capace di vivere in simbiosi con gli altri esseri viventi di questo pianeta e di produrre cibo in abbondanza per il benessere di tutti. C’è bisogno di rompere quelle logiche e quegli schemi sociali che ci sono stati propinati per farci vivere in uno stato di frustrazione perenne. Il capitalismo e le sue logiche non funzionano e i suicidi in costante aumento nella società occidentale ne sono la prova! Questo modello di sviluppo non soddisfa le necessità ma solo crea desideri. La necessità è un qualcosa che si soddisfa mentre il desiderio si rinnova di continuo. Nella società del consumo a tutti i costi, vengono creati costantemente nuovi desideri e false necessità, che portano a vivere in una condizione di insoddisfazione perenne. Per molti la vita sembra essere diventata solo una lunga corsa verso l’accaparramento di quelle “necessità” che poi in realtà non sono altro che “desideri indotti” dai milioni di messaggi pubblicitari che assorbiamo inconsapevolmente tutti i giorni. Una corsa frivola, futile e demenziale, che ha come traguardo un pianeta invivibile ed una società lobotomizzata. Il terzo passo, è cambiare il chip. Passare dalla competizione per il profitto personale, alla cooperazione per il benessere della comunità. La cooperativa integrale catalana è un valido esempio da seguire…. Ritengo che è impossibile contrastare quei poteri organizzati che hanno inventato la crisi economica, se prima non smettiamo di combatterci tra noi. Mentre si fa sempre più acceso il dibattito tra destra contro sinistra, tra sud contro nord o tra punk contro radical chic, l’unica cosa evidente è che le logiche capitaliste e il profitto economico sono contro l’umanità intera e che la globalizzazione, distrugge la vita, in tutte le sue forme, su tutto il pianeta. Abbiamo imboccato un cammino sbagliato, bisogna tornare al bivio precedente e prendere una nuova direzione. Informati, organizzati e cambia il chip, perchè nonostante tutte le bugie che ti raccontano, solo tre passi ti separano dal benessere e da una vita felice.

FONTE : http://byologik.wordpress.com/2013/05/24/perche-la-gente-non-reagisce-davanti-alle-ingiustizie/

Annunci

In guerra con la telepatia

In guerra con la telepatia

Dalla carrozzella-robot per disabili al casco da combattimento: i chip che leggono il pensiero fanno sempre più soldi con i militari. (Raymond Zreick, 1 aprile 2011)

Un’anticipazione l’abbiamo avuta in Firefox (Volpe di fuoco, 1982) con il duello aereo tra Clint Eastwood e il suo sovietico rivale: acrobazie, mitragliate e missili come se piovesse e – meraviglia! – il tutto controllato dalla vista e dal pensiero.

Fantasie? Quei risultati sono ancora lontani ma il Pentagono, è noto, spende milioni di dollari l’anno in ricerche sulle interfacce cervello-computer (BCI, brain-computer interface) per sviluppare armi da controllare da lontano con la mente e sistemi di comunicazione capaci di trasmettere avvertimenti e ordini tra soldati impegnati in azioni di combattimento senza che questi debbano aprire bocca.

Per quello che ci è dato sapere le ricerche sono ancora solo ricerche, ma qualche risultato è stato ottenuto. Il più sorprendente è il prototipo di un casco telepatico: i sensori di cui è pieno rilevano l’attività cerebrale di chi lo indossa, i suoi chip traducono i segnali elettrici in bit, selezionano quelli significativi (per il contesto) e li associano a suoni o simboli predefiniti che infine la radio incorporata trasmette al casco del vicino. E improvvisamente il ricevente sente il comando nell’auricolare o lo legge sul display incorporato nel casco: «via al tre!», «attento a destra», «charlie a ore 9»…
VOLONTÀ, NON TELEPATIA Non è telepatia, anche se le somiglia. Neppure le basi scientifiche di applicazioni del genere sono poi tanto misteriose: dall’elettroncefalogramma alle più recenti tecniche di indagine per immagini, le neuroscienze hanno fatto progressi soprendenti nella capacità di mettere in relazione un’attività (elettrica) in una zona del cervello con uno stato o un’azione in corso, dall’alzare una gamba al pensiero di farlo, dal pronunciare una parola al pensare alla parola.

Su basi simili si è costruita, per esempio, la carrozzella-robot per disabili che Focus.it ha visto e provato nel 2009 in un laboratorio del Politecnico di Milano, una “invenzione” che con poche differenze ha visto la luce in molte università e centri di ricerca in Italia e nel mondo. Napoli, Pisa, Tokio, New York… Proprio nella Grande Mela Gerwin Schalk, ricercatore presso l’Albany Medical College, dopo avere lavorato per anni a sistemi di supporto per i disabili ha voluto provare l’affidabilità delle stesse tecnologie nella lettura e trasmissione di pensieri – o di qualcosa di molto simile.

Il risultato è un apparecchio di notevoli dimensioni che somiglia più al macchinario della Tac che a un casco, ma che in prospettiva – e nei desiderata dell’US Army – potrebbe appunto diventare un casco e permettere ai combattenti di essere partecipi di quanto vedono e sentono i loro compagni.

Come vuole la tradizione, nelle neuroscienze è lo stesso ricercatore a farsi cavia e tester del proprio macchinario, che descrive come un «traduttore di volontà, non un lettore del pensiero». Niente misteri o segreti svelati, dunque, ma imposizioni del tipo “guarda”, “muoviti”, “vai” e via dicendo. Può sorprendere che tutto ciò – trasmissione radio da un casco all’altro compresa – sia considerabile più sicuro di uno sguardo o del classico gesto di puntarsi due dita verso gli occhi, ma i militari non finiscono mai di sorprendere.
http://www.focus.it/tecnologia/in-guerra-con-la-telepatia-201104010001_C12.aspx